Formare chirurghi capaci di raggiungere una reale autonomia professionale, attraverso un percorso graduale e verificabile che tenga insieme competenza tecnica, sicurezza del paziente ed etica della cura. È l’obiettivo del progetto avviato nell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale dell’ospedale “Gravina” di Caltagirone.
L’iniziativa nasce in un presidio che rappresenta un punto di riferimento essenziale per il Calatino. Caltagirone si trova infatti al centro di un territorio composto da numerosi piccoli Comuni e con una popolazione complessiva di circa 150 mila abitanti. In questo contesto, l’ospedale svolge una funzione strategica nell’offerta sanitaria e nella capacità di garantire cure specialistiche senza costringere i cittadini a spostarsi verso strutture più lontane.
Il progetto punta a integrare assistenza e formazione, costruendo un modello nel quale i giovani medici possano acquisire progressivamente le competenze chirurgiche sotto la supervisione di professionisti esperti. Un’esperienza che, nelle intenzioni dei promotori, potrebbe essere condivisa anche con altre unità operative e presidi dell’Asp di Catania.
A guidare la Chirurgia generale del “Gravina”, in qualità di direttore facente funzioni, è Elio Greco. Il ruolo di Senior Clinical Advisor è stato invece affidato a Giorgio Giannone, chiamato a supervisionare il percorso formativo e a mettere la propria esperienza al servizio degli specializzandi e dei chirurghi più giovani. Abbiamo incontrato i due medici per un’intervista che si è trasformata in un’intensa conversazione sul futuro della chirurgia, sull’evoluzione della professione e sull’importanza di trasmettere competenze, metodo e responsabilità alle nuove generazioni.
Dottore Greco, come nasce il progetto avviato all’ospedale di Caltagirone? «Nel corso della mia carriera ho sempre attribuito grande importanza alla formazione. Ho svolto attività di tutoraggio in ambito specialistico senza mai abbandonare la chirurgia generale. Oggi ritengo che l’aggiornamento continuo sia indispensabile per garantire un’assistenza sanitaria di qualità. Senza formazione, anche una struttura dotata di buoni professionisti rischia di rimanere indietro».
Quali obiettivi si è posto assumendo la guida del reparto?
«Uno dei primi obiettivi è stato conferire all’Unità operativa una maggiore attenzione all’innovazione e alla tecnologia. Si parla molto di chirurgia robotica, ma per arrivare a quel livello occorre prima consolidare competenze, casistica e organizzazione. Durante quest’anno abbiamo approfondito le tecniche impiegate nel trattamento delle patologie oncologiche del colon-retto e incrementato l’esperienza clinica del gruppo. Con cadenza settimanale si riuniscono i direttori e i dirigenti medici delle diverse discipline coinvolte nel percorso clinico, assistenziale e terapeutico. Ogni caso viene discusso collegialmente, così da individuare la strategia più appropriata per il paziente».
Qual è l’elemento innovativo del modello formativo? «Il progetto è trasversale. Non è destinato soltanto ai chirurghi generali, ma può coinvolgere anche le discipline chirurgiche affini, come Ginecologia e Urologia. Abbiamo chiesto alla Direzione strategica di individuare una figura esperta che supervisionasse il percorso. È stato scelto un medico straordinario, Giorgio Giannone, professionista di grande esperienza tecnica e formativa».
Sono già presenti medici in formazione? «Grazie alle opportunità previste dal cosiddetto Decreto Calabria, lavorano con noi due specializzandi dell’Università di Catania. Manteniamo un rapporto costante con la direzione della Scuola di specializzazione, affinché i giovani possano migliorare progressivamente le proprie capacità. Ci auguriamo che questa esperienza possa attirare a Caltagirone altri specializzandi».
Come avviene concretamente l’apprendimento in sala operatoria?
«Il vecchio modello secondo il quale si osservava un intervento, lo si eseguiva una volta e poi lo si insegnava è ormai superato. Lo specializzando deve essere accompagnato gradualmente. Inizia eseguendo alcune fasi più semplici dell’operazione e, sotto il controllo di un chirurgo senior, acquisisce progressivamente nuove competenze. Al termine della scuola dovrebbe essere in grado di affrontare in autonomia almeno gli interventi chirurgici di base previsti dal proprio percorso».
Il modello potrebbe essere esteso ad altri ospedali dell’Asp?
«La formazione non ha una conclusione definitiva: deve essere continua. Se il progetto sarà consolidato, potrà essere condiviso con le altre unità operative chirurgiche dell’Azienda. L’Asp di Catania ha un peso rilevante nell’assistenza sanitaria provinciale e può esprimere un’offerta formativa qualificata, fondata su percorsi certificati e verificabili».
Che ruolo occupa l’ospedale “Gravina” nel territorio?
«È un presidio fondamentale per una vasta area nella quale non sono presenti altre strutture in grado di offrire gli stessi servizi. Proprio per questo dobbiamo metterlo nelle condizioni di essere moderno e competitivo. Caltagirone possiede una lunga tradizione sanitaria e oggi stiamo ricevendo dalla Direzione strategica l’attenzione necessaria per rilanciarla».
Intervista a Giorgio Giannone: «Formare significa condurre il medico verso l’autonomia»
Dottore Giannone, quale sarà il suo compito all’interno del progetto?
«Il dottore Greco e la Direzione aziendale mi hanno coinvolto in un’iniziativa che sento molto vicina al mio percorso. Ho sempre considerato la formazione parte integrante dell’attività professionale. Non si tratta soltanto di mostrare quanto sia bravo il maestro, ma di mettere l’allievo nelle condizioni di imparare e diventare autonomo».
Perché i tradizionali modelli di insegnamento chirurgico non sono più sufficienti? «In passato il paradigma era semplice: il giovane osservava il professore e aspettava il momento in cui gli sarebbe stato consentito di operare. Successivamente si è affermata la formula “guarda, fai, insegna”. Oggi anche quel modello deve essere superato. La formazione deve condurre all’autonomia professionale attraverso un metodo efficace, sicuro e calibrato sulle capacità del singolo».
Che cosa significa suddividere un intervento chirurgico in fasi?
«Un’operazione può essere scomposta in diversi passaggi. All’inizio lo specializzando esegue quelli più semplici; successivamente, quando dimostra di averli acquisiti, affronta fasi più complesse. Il percorso continua fino a quando sarà in grado di completare l’intervento. Non bisogna abbandonare un giovane da solo in sala operatoria per verificare se sia capace: occorre costruire la competenza un passaggio alla volta».
Tutti gli specializzandi apprendono con gli stessi tempi?
«No, e il maestro deve saperlo riconoscere. Alcuni acquisiscono rapidamente una determinata abilità, altri hanno bisogno di ripeterla più volte. Non conta il tempo impiegato, ma il risultato finale: raggiungere l’autonomia ed eseguire correttamente e in sicurezza quella procedura».
Quale contributo possono offrire la simulazione e la chirurgia robotica?
«I laboratori sperimentali e i simulatori consentono di esercitarsi prima di intervenire sul paziente. La chirurgia robotica offre inoltre una possibilità formativa importante attraverso la doppia console, paragonabile a un’automobile per la scuola guida. Il tutor e l’allievo osservano lo stesso campo operatorio e il professionista esperto può intervenire in qualsiasi momento. La tecnologia diventa così uno strumento per insegnare e, nello stesso tempo, proteggere il paziente».
Dopo cinque anni di specializzazione, quale livello dovrebbe avere raggiunto un giovane chirurgo? «Cinque anni rappresentano una parte importante della vita professionale. Non è accettabile che al termine della specializzazione un medico abbia soltanto osservato gli interventi senza averli mai eseguiti. Le procedure più complesse resteranno affidate a professionisti con maggiore esperienza, ma un giovane specialista deve possedere pienamente le competenze chirurgiche di base».
Qual è il primo insegnamento che trasmette ai giovani medici?
«La modestia. La chirurgia è un mestiere complesso, che comporta responsabilità umane e decisioni capaci di incidere sulla vita delle persone. Il paziente si aspetta competenza, professionalità e attenzione. Possiamo disporre delle apparecchiature più moderne, ma senza preparazione ed etica la tecnologia non è sufficiente».
Che cosa rappresenta per lei questa esperienza a Caltagirone?
«Non la considero una sfida, ma l’opportunità di fare qualcosa che mi piace: insegnare. Durante l’attività professionale dovrebbe sempre esserci uno spazio nel quale qualcuno possa apprendere, essere orientato e ricevere ciò che l’esperienza ha insegnato a noi. Trasmettere conoscenze è una delle soddisfazioni più grandi per chi ha svolto a lungo questo mestiere».
Ai giovani medici il compito di raccogliere il testimone
Il progetto di Caltagirone nasce da una convinzione: un ospedale non cresce soltanto acquistando nuove apparecchiature o introducendo tecnologie più avanzate. Cresce quando riesce a trasferire conoscenze, trasformando l’esperienza dei professionisti senior in patrimonio condiviso.
Per i giovani medici, entrare in sala operatoria non può significare limitarsi a osservare. Significa assumersi progressivamente responsabilità, imparare a riconoscere i propri limiti e sviluppare le competenze necessarie per superarli. Il diritto a essere formati si accompagna, però, al dovere di studiare, esercitarsi e mantenere viva la consapevolezza che dietro ogni procedura esiste una persona.
La tecnologia potrà cambiare gli strumenti della chirurgia, dalla laparoscopia alla robotica, ma non potrà sostituire la relazione tra maestro e allievo né quella tra medico e paziente. Modestia, etica, preparazione e disponibilità ad apprendere restano le fondamenta della professione.
È su questi principi che il “Gravina” prova a costruire il proprio modello: un percorso nel quale l’autonomia non viene concessa improvvisamente, ma conquistata passo dopo passo, sotto una guida esperta. Perché formare un giovane chirurgo significa investire oggi sulla qualità e sulla sicurezza delle cure che saranno offerte domani.










