Esiste una linea sottile che separa l’emergenza dal caos, la cura dall’improvvisazione. È lungo questa linea che si muove da decenni il professore Lorenzo Malatino, già direttore della Medicina d’Emergenza- Urgenza dell’Università di Catania e figura chiave nella nascita dell’omonima scuola di specializzazione nel capoluogo etneo. Un percorso lungo, complesso, segnato da intuizioni, ritardi e determinazione, che oggi rappresenta un punto di riferimento per l’intero Mezzogiorno.
La storia affonda le radici nel 2006, con il decreto del ministro Fabio Mussi che istituì le scuole di specializzazione in Medicina d’Urgenza. Ma a Catania l’attivazione concreta arrivò solo tra il 2016 e il 2018, dopo anni di attesa. «Un ritardo di quasi un decennio», racconta Malatino, «colmato grazie a una forte volontà accademica e istituzionale».
Determinante il contributo di figure come Vito Giustolisi , già direttore del DEA- Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, e Gianfranco Gensini gia' direttore clinica medica di Unifi. Il risultato? La prima scuola di specializzazione in Medicina d’Urgenza del Sud Italia. Un primato che ha aperto la strada agli altri poli siciliani, Palermo e Messina, completando una rete formativa oggi essenziale.
Professore, quali sono stati i passaggi decisivi per arrivare a questo risultato? «Tutto nasce da una visione e da un atto normativo, ma senza le persone non si va da nessuna parte. Dopo il decreto del 2006, Catania rimase indietro per anni, accumulando un ritardo significativo rispetto ad altre realtà. È stata la determinazione di un gruppo di docenti a fare la differenza e a colmare questo gap. Ma bisogna anche ricordare da dove siamo partiti: un sistema in cui il pronto soccorso non aveva una vera organizzazione, dove di fatto si entrava senza filtri e senza percorsi strutturati, con una gestione spesso affidata più all’emergenza del momento che a un modello definito. L’intuizione di creare una medicina d’urgenza organizzata ha rappresentato una svolta culturale prima ancora che sanitaria. Quando finalmente siamo partiti, abbiamo colmato un vuoto enorme nel Sud Italia, introducendo non solo una scuola di specializzazione, ma un nuovo modo di concepire l’emergenza, fondato su competenze, organizzazione e responsabilità».
Che impatto ha avuto la nascita della scuola sul territorio? «È stato un passaggio epocale, perché prima mancava completamente una filiera formativa strutturata per la medicina d’Emergenza-Urgenza. Chi lavorava nei pronto soccorso proveniva da percorsi diversi, spesso dalla medicina interna o da altre specialità, senza un modello condiviso né una metodologia specifica. Con la scuola abbiamo introdotto un sistema formativo organico, basato su competenze cliniche, capacità decisionali rapide e soprattutto su un’organizzazione del lavoro che prima non esisteva. Oggi i nostri specialisti escono con una preparazione riconosciuta anche fuori dalla Sicilia: vengono richiesti, assunti e valorizzati in altre regioni, in contesti dove trovano strutture più efficienti e condizioni lavorative migliori. Questo è il segnale più evidente che il modello funziona e che la qualità della formazione è elevata. Ma qui sta anche il nodo critico: il territorio che li forma non sempre riesce a trattenerli. Se non si interviene sulle condizioni operative – carichi di lavoro, organizzazione dei reparti, prospettive di carriera e qualità dell’ambiente professionale – si rischia di alimentare un paradosso: investire nella formazione di eccellenze che poi vanno a rafforzare altri sistemi sanitari. Per questo motivo, accanto alla qualità accademica, è indispensabile una visione strategica da parte degli organi decisori, capace di rendere attrattivo il sistema sanitario locale tanto quanto lo è la formazione che offre»
Qual è il modello che avete seguito? «Abbiamo guardato ai migliori. Ho voluto portare a Catania Peter Rosen, fondatore della scuola di Harvard, per trasmettere un metodo. Nell’urgenza l’organizzazione è tutto: senza strategia si genera solo confusione».
Che tipo di medico deve essere un urgentista? «Un medico completo. L’urgenza non è separata dalla medicina interna, anzi si fonda su quella. Serve rapidità, ma anche profondità clinica. E soprattutto bisogna sapere cosa non fare: evitare errori è la prima competenza».
E sul piano umano? «Fondamentale la comunicazione. In pronto soccorso si lavora sotto pressione, ma bisogna saper parlare con pazienti e familiari. Abbiamo persino simulato situazioni con giornalisti per allenare questa capacità. È una skill decisiva».
Qual è oggi lo stato dei pronto soccorso a Catania e in Sicilia? «Critico. Due parole sintetizzano il problema: overcrowding e boarding. Troppi accessi e difficoltà a trasferire i pazienti. Si resta in pronto soccorso anche 30 ore, quando il limite dovrebbe essere quattro. Questo genera tensione, inefficienza e anche aggressività».
Dove stanno gli errori del sistema? «Nell’organizzazione, prima di tutto. Si continua a intervenire con soluzioni parziali, come il bed manager territoriale, che da solo non può governare una macchina così complessa. Il problema non è il singolo strumento, ma l’assenza di una visione integrata. Oggi manca un vero raccordo tra territorio e ospedale: la medicina di base è spesso lasciata sola, le strutture di continuità assistenziale sono insufficienti e i pazienti che non possono rientrare a casa restano bloccati nei reparti, alimentando il sovraffollamento dei pronto soccorso. È un sistema che si inceppa sia in entrata che in uscita.Serve invece una rete strutturata, con percorsi chiari, responsabilità definite e una gestione coordinata dei flussi. Senza questo, ogni intervento rischia di essere solo un tampone su un problema strutturale».
Cosa dire ai giovani medici che devono scegliere? «È una professione dura ma straordinaria. Chi la sceglie deve farlo con consapevolezza. È medicina vera, immediata, decisiva. Ma serve passione e resistenza».
E agli organi decisori? «Devono cambiare approccio. Non basta bandire concorsi: bisogna creare condizioni attrattive e funzionali. Serve investire nella medicina interna, nel territorio e nella gestione dei flussi. Senza questo, il sistema non regge».
La lezione di Malatino è chiara: l’emergenza non è un luogo, ma un sistema. E come ogni sistema complesso, richiede visione, organizzazione e responsabilità condivisa. Catania ha dimostrato che innovare è possibile, anche partendo in ritardo. Ma il futuro della medicina d’urgenza si gioca ora, nella capacità di trasformare la formazione in struttura, e la competenza in governance.










