Sara Pettinato, dirigente medico della Breast Unit di chirurgia senologica dell’Arnas Garibaldi Nesima di Catania, con oltre trent’anni di esperienza, racconta l’evoluzione della presenza femminile in corsia, il rapporto profondo con le pazienti e l’importanza della prevenzione, offrendo uno sguardo che intreccia competenza clinica, fede e dimensione umana.
Dottoressa Pettinato, quale valore assume oggi il ruolo della donna nella sanità?
«La Giornata della donna è un momento di riflessione su ciò che è stato e sui diritti acquisiti grazie alla forza e alle battaglie femminili. Oggi i diritti sono formalmente paritari rispetto a quelli degli uomini, ma mi auguro che in futuro lo siano ancora di più nella concreta realizzazione delle attitudini delle donne. Quando ho iniziato, 36 anni fa, le donne chirurgo erano delle “colombe bianche”: pochissime. Si lavorava a stretto contatto con il chirurgo che, per definizione, era uomo. Oggi le donne sono prime operatrici, ricoprono ruoli dirigenziali e posizioni strategiche: direttori sanitari, generali, amministrativi. Il ruolo si è pareggiato, ma resta il tema del riconoscimento. Per quanto mi riguarda, i pazienti me lo riconoscono, e i numeri lo dimostrano. Ma per me non sono numeri: io curo donne affette da tumore o patologie benigne, e il mio obiettivo è accompagnarle in un percorso di cura e serenità».
Com’è cambiato il suo lavoro negli anni? «Negli ultimi anni la chirurgia senologica è diventata chirurgia oncoplastica: non solo oncologica, ma anche plastica ed estetica. Sempre più donne, giovani e meno giovani, si rivolgono a noi per migliorare il proprio stato fisico con protesi o mastoplastiche. Questa parte più “piacevole” compensa, in qualche modo, la dimensione oncologica, che è estremamente impegnativa: comunicare una diagnosi di tumore, dare conforto, accompagnare nel percorso. Il chirurgo è anche questo. Operare, contrariamente a quanto si pensa, è la parte più facile del nostro lavoro. Durante l’intervento non ci sono più incognite: abbiamo già discusso tutto con la paziente. Quando si sveglia, è serena perché sa che è stato fatto ciò che era previsto».
Qual è la soddisfazione più grande nel suo lavoro? «Il rapporto che si crea tra medico e paziente è un’unione profondissima. Non esiste titolo che possa dare la stessa soddisfazione di un sorriso ritrovato. Ho una dedica scritta da una bambina che ancora non sapeva scrivere: “Prenditi cura della mamma”. Qualche giorno fa, il figlio di una paziente ha preparato una torta con scritto: “Ringrazio Dio per la sua bravura”. Molti penseranno che non fosse rivolta a me, ma va bene così. Dico sempre alle donne che si affidano alle mie cure che cambierei lavoro se uscissero dalla porta senza un sorriso. Operare possiamo operare tutti, ma dare serenità è la cosa più difficile».
Il ruolo dei volontari e dell’associazione Agata Donna per le Donne. Quanto è importante il supporto delle associazioni? «I volontari sono pilastri. Dove il momento curativo si ferma, inizia ciò che noi non riusciamo a fare. L’associazione Agata Donna per le Donne mi accompagna da vent’anni: siamo un tutt’uno. Il logo contiene una lacrima, simbolo di un patto tra me e le pazienti: si piange di dolore davanti alla diagnosi, ma alla fine del percorso si piange di gioia».
Quali progressi sono stati fatti nelle cure oncologiche? «Oggi le terapie oncologiche sono straordinarie. Esistono cure selettive, terapie mirate, anticorpi monoclonali: è come cucire un vestito su misura per ogni paziente. I pazienti metastatici hanno una sopravvivenza sempre più lunga e diventano pazienti cronici, come chi convive con diabete o ipertensione. Tuttavia, non dobbiamo adagiarci: la vera arma resta la diagnosi precoce».
Qual è il messaggio più importante per le donne che vogliamo lanciare? «La diagnosi precoce è la cura. Sotto i 5 millimetri abbiamo percentuali di guarigione del 99%. Dopo i 40 anni, mammografia ogni anno per tutta la vita. L’ecografia al seno va fatta già dai 16-18 anni, almeno una volta l’anno».
Quanto incidono gli stili di vita? «Mangiare in modo equilibrato, fare attività fisica preferibilmente all’aria aperta, esporsi al sole con attenzione per favorire la vitamina D: tutto questo è prevenzione. Anche la maternità precoce e l’allattamento riducono il rischio di tumore al seno. Oggi, invece, si fanno pochi figli e in età più avanzata: questo incide sull’aumento dei casi».
Un’ultima domanda prima di salutarci: come valorizzare ancora di più le donne nel sistema sanitario? «Viviamo in un’epoca in cui non possiamo nasconderci dietro un dito. Una donna, per ottenere 10, deve fare 30 o 40: questo non va bene. Serve più fiducia nelle donne e bisogna evitare contesti decisionali composti solo da uomini. Non per quote rosa, ma per rispetto. Il punto di vista di una donna è diverso e complementare. Le differenze esistono: così come io non potrei sollevare 50 chili come un uomo, la donna ha un raggio di visione più ampio. Dobbiamo valorizzare ciò che di diverso e prezioso le donne portano».










